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LinkedIn non è Facebook, ma solo se capisci le provocazioni

Ho fatto un esperimento su LinkedIn, ho creato una serie di frasi provocatorie che da mesi circolano sul mio profilo, alla seconda pubblicazione del post qui sotto, è scoppiato il caso che desideravo ardentemente, visto il mio passato nel Social Care.

In 11 ore dalla pubblicazione ci sono caduti in molti, direi l’80% dei commentatori.

“164 commenti e 5.284 visualizzazioni. Di domenica…”

Preparate i Pop-corn, lo trovate qui.

Partiamo al mio obiettivo: creare un dialogo su un tema spinoso per ottenere conversazioni che portino ad elementi nuovi, esperienze personali e punti di vista diversi.

“In Italia toccare un lavoratore significa la gogna pubblica. A priori.”

Non si può nemmeno alludere che i dipendenti abbiano una responsabilità nell’andamento dell’azienda dove lavorano, è peccato mortale!

Loro sono solo dei “poveri disgraziati” che fanno quello che dice il padrone brutto, cattivo e che ha sempre torto, a meno che non ci siano di mezzo le truffe dei badge timbrati, allora si che il dipendente non ha ragione.

Nel testo troverete il monito finale “sostituiscilo”. La scintilla parte subito, come una scheggia impazzita infiamma anima e cuore dei lettori di passaggio:

  • si sentono in dovere di giudicare senza chiedere le mie intenzioni;
  • alcuni offendono, minacciano, insultano e diffamano la mia persona senza conoscermi, dopo aver letto una riga di testo;
  • nel 70% dei casi non hanno proposto soluzioni al problema si sono solo lamentati.

Quando non sanno più che dire cominciano gli attacchi personali:

  • “questo te lo hanno detto all’università?” (ho abbandonato al 2° anno quindi no!)
  • “Valentina Vandilli + pistola” sarà una minaccia di morte o un insulto in volgo nord italico?
  • “non sei laureata! ti sei fatta i diplomi con Power Point” qui siamo all’apoteosi della Sacra Scuola di Hokuto del trollaggio, inchino….

Già immagino la quantità di Gaviscon utilizzati questa sera dai commentatori, quasi tutti estranei alla mia rete di business. Ma va?
Ringrazio di seguito chi ha dato un vero contributo alla conversazione:

Leggi anche:   Interviste Linkedin: Paolo Pugni

Classifica dei post migliori

1° – Leonardo Dri 

2° Anna Porchetti


3° Mattia Murnigotti


4° – Luca Rallo

Quindi ricapitolando, per avere 3 commenti fatti bene, ci sono state 179 commenti che non hanno postato nessun beneficio al lettore.

Conclusioni

LinkedIn non è Facebook, altrimenti avrei già avuto 2-3 persone alla porta di casa mia, ma la mentalità di Facebook è difficile da estirpare, che in realtà è la mentalità della TV:

“reagisco di pancia, non leggo bene, commento, offendo, minaccio, tanto non mi possono fare nulla.”

Ma su LinkedIn parli a nome della tua azienda.

Purtroppo il passaggio alle nuove tecnologie è stato veloce, culturalmente è difficile, spesso esce il peggio di noi.

Anche stimati colleghi del mondo della comunicazione continuano a fare lo stesso errore, offendere colleghi, lamentarsi per i tanti “fuffaroli” che ci sono ergendosi a reginette, utilizzare slide con post dei colleghi per diffamare invece di focalizzarsi sui loro contenuti/risultati, lanciare roghi mediatici verso il brand di turno che fa il solito instant marketing improvvisato oppure il classico errore di battitura (però se lo fa Ikea sono dei geni).

I valori sono la cosa più importante.

“quando siamo arrabbiati si vede che valori abbiamo”

Quando perdiamo il controllo si capisce se abbiamo intenzioni negative o positive.

Io non aggredirei mai verbalmente chi afferma qualcosa in cui non credo. Sarebbe una crociata.
Al massimo esprimerei l’opinione sull’affermazione non l’opinione sulla persona, ma molti hanno intenzioni negative.


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Valentina Vandilli

Valentina è la LinkedIn Trainer che ha creato LinkedIn Formula il metodo n° 1 per l'acquisizione clienti online con LinkedIn, formatrice e consulente per freelance e aziende.

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